Dove andrà Dante Alighieri dopo la morte? 

di Aldo Onorati | Chiose, Lingua
Condividi su

Dante Alighieri, colui che giudica tutti, nella sua opera giudica e punisce anche sé stesso

Forse nessun’opera, come la “Divina Commedia”, necessita di essere studiata nel suo intricato complesso, nei numerosi piani di lettura, perché un cenno, una parola, un sintagma “buttati lì” (e sembrerebbe a caso), hanno già una loro proiezione simbolica, allusiva, o concreta per sviluppi futuri, magari in un’altra cantica, in situazioni lontane fra loro. Dante ha creato – oltre ad un capolavoro assoluto di poesia nel senso etimologico del termine – un edificio colossale in cui sono stati considerati alla perfezione i grandi spazi ma anche i minimi particolari, talmente collegati fra loro, da dare ragione a chi afferma che togliere un verso alla “Divina Commedia” o una parola a Shakespeare equivale a privare Ercole della clava.

La domanda che ci si pone raramente è questa: dove andrà Dante dopo la morte? Colui che ha giudicato tutto il mondo passato e a lui coevo, si è guardato un attimo allo specchio?

La verità è che l’Alighieri – nonostante il suo caratteraccio – è uomo giusto, passionale quanto si vuole, ma sincero con sé e con gli altri. Equanime. Non poteva tralasciare di giudicare sé stesso. E vediamo a fondo la situazione.

Dante si giudica, ma dove e come?

Siamo all’Inferno, terzo canto, dove sono puniti gli ignavi, coloro i quali non presero mai posizione, per cui i Cieli li scacciano “per non esser men belli”, né la voragine della città di Dite li riceve perché i diavoli non avrebbero alcuna gloria da essi. Come dire: non stanno né in cielo né in terra. Di fronte al primo spettacolo infernale di disperazione che appare agli occhi di Dante, il Poeta è scosso, spaventato, fino a cadere privo di sensi appena il cupo orizzonte del cerchio lampeggia e subentra un terremoto. Ma durante il tempo in cui rimane fra coloro che vissero senza infamia e senza lode, accade un fatto significativo al fine del nostro ragionamento. Ecco, improvviso e imprevisto, venir verso la spiaggia dell’Acheronte, nocchiero di un’ampia barca che affonda per il peso dei peccati, Caronte, un vecchio “bianco per antico pelo”, il quale grida ai dannati (che egli stesso traghetta verso la punizione eterna): “Guai a voi, anime prave!”, aggiungendo, con voce minacciosa, di lasciare ogni speranza di rivedere il Cielo. Infatti, l’Inferno è il regno della disperazione, mentre il Purgatorio è quello della speranza e il Paradiso quello della carità.

Poi, accortosi che c’è un vivo (Dante), gli ingiunge di separarsi dai morti, ma, vedendo che l’Alighieri non si muoveva, aggiunse: “Per altra via, per altri porti / verrai a piaggia, non qui, per passare: /più lieve legno convien che ti porti”. Interviene Virgilio con parole magiche a sedare l’ira del demonio e così passa inosservata la predizione di Caronte, la quale non solo è rivolta al vivo perché non deve stare nel regno dei defunti, ma indica un’altra destinazione a quell’inconsueto pellegrino. Traduciamo la terzina: “Tu verrai sulla riva, ma non su questa, poiché una barca più leggera necessariamente ti porterà al luogo a te destinato dopo la morte”. E’ una profezia che – a differenza di quelle riguardanti l’esilio – ha avuto minore impatto sui lettori.

Le profezie di Dante su sé stesso

Bene: la predizione è vaga, come le minacciose indicazioni del futuro esilio. Ma tutto avrà  una chiarificazione, e quella di Caronte avverrà prima di quanto concerne la cacciata da Firenze (solo nel XVII canto del Paradiso Cacciaguida, trisavolo di Dante, spiegherà – chiarendoli –  gli accenni tormentosi rivolti al suo discendente nei due regni del peccato: “Tu lascerai ogne cosa diletta/ più caramente, e questo è quello strale/ che l’arco dell’essilio pria saetta”).

Dunque Virgilio e il suo discepolo escono – tramite la natural burella – dall’oscurità infernale: vedono finalmente il cielo, d’un colore di zaffiro orientale, e Venere splendere  prima della nascita del Sole. Hanno messo i piedi sulla spiaggia del monte del Purgatorio, quella indicata larvatamente da Caronte. Infatti, guardando il “tremolar della marina”, scorgono una luce all’orizzonte avvicinarsi a velocità indescrivibile: è la barca leggera (“più lieve legno convien che ti porti”, aveva vaticinato il demonio “dagli occhi di bragia”) guidata dall’angelo nocchiero, il quale viene dalla foce del Tevere dove si assiepano le anime destinate alla purgazione. Il lunghissimo viaggio dall’emisfero boreale a quello australe è compiuto in poco tempo, perché le ali dell’angelo sostituiscono i remi con cui Caronte batte i dannati. Virgilio obbliga Dante a inginocchiarsi, perché quello è il primo angelo della montagna alla cui cima c’è il Paradiso Terrestre.

Gli indizi, le prove e la soluzione

Un indizio ce l’abbiamo: Dante sarà ospitato sul vascello leggero (perché le anime non sono gravate dai peccati mortali, ma dai veniali) che rilascia gli spiriti sulla riva della salvazione. Tuttavia, il Poeta sarà ancora più preciso quando, nella prima cornice, incontrerà i superbi, puniti – con la legge del contrappasso – a portare sulla cervice ognuno un masso pesante che obbliga a guardare in terra, loro che per alterigia alzavano il mento in segno di disprezzo verso gli altri.

Dante pure è costretto ad abbassare il viso per vedere se quelli che parlano sono persone di sua conoscenza. Incontra infatti il grande miniaturista Oderisi da Gubbio e Omberto Aldobrandeschi, i quali gli danno una lezione di umiltà parlando male di sé stessi e bene degli altri (cosa – sottolineano – che non avrebbero fatto nel mondo, dove ognuno denigra altrui e loda sé). E’ l’undicesimo canto, uno dei più belli ed alti di tutto il Poema Sacro, in cui gli affanni della vita e la superbia appaiono un nulla di fronte all’eternità.

Altro indizio assai significativo lo abbiamo dalle parole di Dante che risponde a Oderisi: “Tuo vero dir m’incora/ bona umiltà, e gran tumor m’appiani”: la smodata vanità è vista come un tumore e qui si comprende che l’Alighieri riflette anche su sé stesso.

Ma la prova irrevocabile la troviamo nella seconda cornice, dove sono puniti gli invidiosi, coperti di saio color grigio-pietra, con le palpebre cucite da filo di ferro. Lì Dante incontra una certa Sapia, senese, perché a causa dell’invidia fu “de li altrui danni/ più lieta assai che di ventura mia” (io fui assai più contenta del male accaduto agli altri che del bene venuto a me). Poi, quando Sapia – pur cieca – si accorge in qualche modo che il nuovo venuto è veggente, domanda stupita cosa ci faccia tra loro: è forse uno affetto dal male dell’invidia?

Ed ecco la risposta illuminante dell’Alighieri: “Gli occhi… mi fieno ancor qui tolti,/ ma picciol tempo, ché poca è l’offesa/ fatta per esser con invidia vòlti./ Troppa è più la paura ond’è sospesa /l’anima mia del tormento di sotto, /che già lo ‘ncarco di là giù mi pesa”. Tradotte, le due terzine suonano inequivocabilmente così: “ Un po’ di tempo, ma proprio poco, sarò cieco fra voi, in quanto io  soffro lievemente del vostro peccato. Però è ben più grande la paura che l’anima mia sente pensando al tormento dei superbi, che ho incontrato nella cornice sottostante, al punto che il masso opprimente già lo sento sulla mia cervice”.

E’ tutto chiaro: Dante sa di essere superbo, lo confessa, e dipana la nostra attesa indicandoci il luogo che lo attenderà dopo la morte: la prima cornice del Purgatorio. Luogo – comunque – destinato, una volta terminata l’espiazione, al Paradiso.

 

 

 

 

 

 

 

 

Condividi su

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

20 − 14 =