Intervista a Andrea Marcolongo: la vera misura eroica è l’amore

di Valeria Noli | Chiose
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In vista della presentazione del suo ultimo libro La misura eroica (Mondadori, 2018) nella sede centrale della Dante (Roma) mercoledì 18 aprile alle 18 (leggi qui le informazioni) abbiamo parlato di tempi moderni e tempi antichi, amore e tempo, parole e miti, con la scrittrice Andrea Marcolongo.

La misura eroica segna il passaggio all’età adulta. Quanto è eroica oggi la vita di un adolescente rispetto per esempio a quella mitologica di Giasone?

La misura eroica la definirei più che altro un appello all’età adulta, in qualunque età della vita. Nella mattina del 10 aprile ero a Manfredonia in un teatro con 450 ragazzi. Ho scelto il mito di Giasone e Medea proprio perché mi interessava parlarne con i giovani di oggi. Mi chiedevo, dato che è anche precedente a Iliade e Odissea, quanto fosse contemporaneo il mito più antico della letteratura greca. Ho scoperto che lo è proprio grazie a questo appello alla crescita umana, che credo sia universale. I ragazzi di questa mattina li ho incontrati dopo già un mese in giro per librerie e scuole italiane. Credo che i giovani siano tanto eroici, solo che non capiamo molto di loro. Io ho solo 31 anni e appartengo già ad un altro pianeta.
Questi ragazzi non sono “figli del telefonino” come si dice, sono proprio “figli della crisi”. Che però, per tornare al mio libro e al tema delle parole, “crisi” viene dal greco ‘krino’ e significa scegliere
. Loro non potranno stare a galla, dovranno scegliere per forza.

Si può essere adolescenti per tutta la vita, penso al “bambino prolungato” di Alberto Savinio…

Stamani un ragazzo mi ha detto quanto sono adolescenti gli adulti che lo circondano. Hanno bisogno di eroi per diventare adulti, a loro volta.

“Eroe non è chi riesce, ma chi perlomeno ci prova”?

Anticamente era eroico proprio l’atto di scegliere: chi si è e chi non si è, misurandosi con la vita, scoprendosi. Scoprendo anche che lingua si parla e che lingua non si parla, visto che siamo in tema. Cosa e chi si ama e non si ama. Una volta fatta la scelta, poiché scegliere qualcosa significa rinunciare a qualcos’altro, c’è anche un forte appello alla responsabilità di fare nella vita cose grandi. A misura d’uomo, senza eccesso o sottrazione, ma “grandi”.

La misura umana include anche l’accettazione della sconfitta…

Ne abbiamo parlato stamani, con i ragazzi. Sono molto colpita perché è proprio uno dei temi cruciali della contemporaneità l’incapacità ad accettare un fallimento. Il fallimento è parte della vita, ogni bambino sa che fallire vuol dire cadere quando impara a camminare. Dobbiamo imparare ad accettare quello che fa male; ma poi per forza di cose se siamo al mondo è per rialzarci. C’è una parte del mio libro in cui si parla del fatto che nelle scuole americane è stato integrato come materia di studio il fallimento. Questo l’ho inserito senza specificare che lo considero un paradosso, una dismisura del contemporaneo. Eppure mi ha colpito che, durante le presentazioni in Italia, è stato preso molto sul serio dai miei lettori. Mi dicono “perché non lo facciamo anche noi, non sappiamo più fallire”.

Desidera condividere qualche particolare riflessione ricavata dagli incontri con i più giovani?

Mi hanno colpito due cose: la prima è una riflessione. Affrontano cose e si muovono in contesti che io ignoro, non saprei mai come andarli a cercare, né online né altrove. Ho detto “voi siete mal raccontati” ed è vero che sentono molto il fatto di sentirsi sminuiti, raccontati male. Di nuovo, questa è la generazione più chiamata all’eroismo tra quelle del nuovo secolo, almeno rispetto alle loro madri e ai loro padri. La seconda cosa notevole è un forte bisogno di parole. Io amo le etimologie e ho deciso di fare dei video anche e li promuovo su Facebook con le parole. Mi hanno colpito parole strane, cacofoniche… ma anche parole più utili. Mancano parole per definire cose che esistono, in questo senso c’è un vuoto. Sono tante le parole che iniziano a mancare.

Mancano perché ce le siamo dimenticate o perché non le sappiamo più creare?

Entrambi i casi. Ci siamo dimenticati il significato primo ad alcune parole. Ecco che allora tornare al senso primo significa tornare al senso reale, spesso le parole sono contrastate. Dall’altro c’è una sovrabbondanza di neologismi per cui sono merce da poco, sono moneta inflazionata. Spesso i neologismi vengono utilizzati per indicare cose che già hanno una parola mentre ne mancano di precisi per indicare davvero la realtà.

La sua prosa si muove tra diversi paradigmi linguistici. La poliglossia in sé non minaccia l’integrità di una lingua, per padroneggiarne più di una bisogna conoscere bene la propria…

Sono d’accordo, ma questo viene quasi sempre trascurato. Ci si chiede “quanto è importante conoscere le lingue straniere” e direi che è molto importante. Però se non si conosce bene la propria lingua madre si avranno tanti punti di partenza ma nessun punto di arrivo.

Perché ha scelto di fare riferimento, accanto alla mitologia, anche al testo di “How to Abandon Ship” (Come abbandonare la nave), nel suo libro?

Io l’ho scelto perché mi sono innamorata di quel piccolo manuale. Quando l’ho trovato qualche anno fa durante una vacanza ho visto che era stato scritto da un naufrago, quindi qualcuno che ha fallito. Il libro è molto tecnico, anche noioso per noi contemporanei che non solchiamo più gli oceani come durante la Seconda guerra mondiale. Però dà un messaggio che oggi, a libro pubblicato e incontrando i miei lettori, trovo ancora più forte. Il vero rischio del naufragio è abbandonare la nave, non avere più il coraggio di scappare. Tornando sul fallimento, questo non è un manuale all’abbandono della nave, ma alla bellezza della vita. Al fatto che si può davvero naufragare in un mare vero, in mezzo ai venti, ma siamo tenuti a salpare ancora.

Il mondo dell’antichità era pieno di cose da scoprire. Oggi si crede di poter vedere tutto da un display, ma che cosa attrae la nostra curiosità?

Sicuramente i nostri sono tempi cinici. Mi viene in mente la domanda di un ragazzo, stavolta incontrato in provincia di Verona. Mi ha chiesto “ma il mito a cosa serve?”. Non si riferiva al mito classico, a quello fantastico, meraviglioso. La meraviglia non è nell’immagine del videogioco, che esce dal display, o di una realtà in 3d-arte. Credo che l’essere umano non sia fatto per stare senza mito, c’è qualcosa di più alto rispetto alla pura realtà. Che sia il mito classico degli Argonauti o un mito contemporaneo, penso a un film che ha vinto gli Oscar, “La forma dell’acqua”, che dice “il fantasy oggi è un atto rivoluzionario”. Noi non ce ne accorgiamo nemmeno di quanti resti di Apollonio Rodio ci sono nel film e in fondo non importa, è solo che fa emozionare.

Qual è la storia del portachiavi che compare in copertina e riporta una scritta che significa “abbiamo un cuore per chiunque arrivi”?

Fa parte di un’opera di un fotografo che si chiama Zyiah Gafic e che voleva cercare di dare un’identità – attraverso gli oggetti – ai corpi ritrovati nelle fosse comuni di Srebrenica corpi contrassegnati solo da un numero o un codice. In realtà avevano tutti degli oggetti. Persone reali, con oggetti reali come la maglietta dei Nirvana, da ragazzi degli anni Novanta, come delle chiavi di casa per entrare. A me quel portachiavi ha molto colpito, io adesso vivo a Sarajevo, dove parlo un’altra lingua. Li sento come “le mie” persone e so che quella chiave non aprirà mai più la porta di casa. Però quella scritta sul portachiavi mi sembra una forma di resistenza all’odio e alla morte. Una città dove gli di italianistica sono evidentemente vivaci, una scritta in italiano in una città dove l’italiano è studiato e amato.

Da un piccolo oggetto molte informazioni, abbiamo ancora una domanda: qual è la misura eroica dell’amore?

Per me l’amore non è solo nel trasporto erotico verso un essere umano ma in ogni singolo atto che si compie: per il proprio lavoro, che si faccia con cura, per le parole che si sceglie di utilizzare, per un gesto semplice come pronunciare le parole più difficili da dire in maniera genuina: “grazie” e “scusa”. C’è la parola “coraggio”, che ha dentro la parola “cuore” e la parola “innamorare” che ha dentro “in”, ossia un fare spazio, far entrare qualcun altro… per me l’amore è una misura eroica in sé. L’amore è ciò che rende la vita degna di essere vissuta.

 

Crediti immagine (dettaglio) Paolo Colaiocco ROSSO35

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Commenti: “Intervista a Andrea Marcolongo: la vera misura eroica è l’amore

  1. Nell’intervista sono toccati alcuni temi,ma nel libro c’è molto di più.
    Ad esempio c’e la commovente biografia alle volte heartbreaking,c’e un manuale di vita e poi le dotte citazioni,il fascino delle etimologie.Quello che colpisce è che questa varietà da’pero’origine a un tutto concluso e che il passaggio tra i diversi piani di narrazione è perfetto.
    Infine l’abilita’di scrittrice è ormai assolutamente matura e i lettori “avvertiti”percepiscono la eccezionalità della persona Andrea la sua grande sensibilità e ne sono rapiti come il sottoscritto che il libro l’ha letto 4 volte per ritrovare i tanti punti commoventi ma scoprendo anche sempre qualcosa di nuovo.Chapeau !

    1. Grazie per il suo commento.
      Invitiamo chi fosse interessato (e vicino a Roma) a partecipare alla presentazione del libro che faremo il prossimo 18 aprile, alle 18, nella sede centrale della Società Dante Alighieri, Palazzo Firenze (piazza di Firenze, 27). Sarà presente l’Autrice.

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