Dante Alighieri, la bellezza e la lingua italiana

di Valeria Noli | Chiose
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Dante Alighieri, con la sua Divina Commedia, offre preziose occasioni per sfiorare gli orizzonti della conoscenza, dell’emozione e del pensiero. Forse perché le sue terzine esprimono una bellezza universale o “inevitabile”, forse solo perché sperare è bello.

Scrive nel canto XXV del Paradiso che spera di tornare a Firenze grazie al suo poema sacro e alla bellezza della sua opera. Chiosa infatti “Ritornerò poeta”, prima di mettersi a parlare della Speranza con San Giacomo maggiore.

Se mai continga che ’l poema sacro
al quale ha posto mano e cielo e terra,
sì che m’ha fatto per molti anni macro, 

vinca la crudeltà che fuor mi serra
del bello ovile ov’ io dormi’ agnello,
nimico ai lupi che li danno guerra;

con altra voce omai, con altro vello
ritornerò poeta, e in sul fonte
del mio battesmo prenderò ’l cappello; 

Dante confida anche nella possibilità di essere “incoronato” a Firenze come usava per i poeti antichi. Nel 1315, gli onori dell’alloro poetico erano stati concessi ad Albertino Mussato, a Padova. Gli era stata riconosciuta questa onorificenza per la sua tragedia Ecerinis, in latino, e per la Historia Augusta (spedizione di Enrico VII in Italia negli anni 1310-13). Dante si era interessato della vicenda di Enrico VII, anche collocando il feroce tiranno Ezzelino III da Romano nel XII canto dell’Inferno. La storia del “Dracula italiano” tornerà anche in Paradiso, IX.

Si rafforzava, così, il senso di dispiacere provato da Dante all’idea che la sua città non lo avesse ancora riaccolto ‘nell’ovile’ della sua gioventù. Che la bellezza dell’opera dantesca meritasse il riconoscimento del lauro a noi appare evidente. Anche i suoi contemporanei lo avevano ben chiaro, lo ricaviamo dalle celebrazioni funebri che Guido Novello, signore di Ravenna, organizzò per la sua morte.

La prospettiva di bellezza auspicata da Dante era la stessa che Dostoevskij, secoli dopo, avrebbe creduto capace di salvare il mondo. Già al tempo di Dante, comunque, ai quattrotrascendentali enucleati da Filippo il Cancelliere per indicare la possibilità dell’esistenza divina (ens, unum, verum et bonum) Guglielmo di Alvernia aveva aggiunto pulchrum, ossia la bellezza, dal pensiero di pseudo-Dionigi l’Areopagita.

La bellezza e l’esistenza si legano reciprocamente in un nodo che si fa sempre più stretto, ma al contempo più libero, mentre stanno per compiersi i 7 secoli dalla scomparsa del Poeta del Bello per antonomasia.

Immagine: Eugène Delacroix, La barca di Dante, 1822, Musée du Louvre, Parigi

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