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La felicità nella Filosofia

di Daniela Di Iorio | Ficcanaso
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“A Remo Bodei diamo la responsabilità di darci una lezione di felicità”. E’ stata introdotta così la lectio magistralis del noto filosofo sul tema della felicità nella storia della Filosofia, da parte del curatore del Festival del libro e della lettura Marino Sinibaldi.

“È stato un tema filosofico costante l’idea che questa coincidesse con la conoscenza, e che usare l’anima fosse il piacere maggiore, perché equivale al cercare di portare l’ordine celeste sulla terra – ha esordito il Professor Bodei -. Da Aristotele in poi la felicità coincideva col termine daimonia, che corrisponde a ciò che dobbiamo e non dobbiamo fare,  ma anche a ciò che ci tocca in sorte, significa diventa quel che sei,  non accontentarsi di restare in un bozzolo”.

La filosofia antica e quella moderna hanno avuto una idea diversa di felicità. Per i filosofi antichi la felicità è una forma di virtù mentre per i filosofi moderni la felicità è una ad ventura, un avanzare verso cose future. Chi dice di non cercarla è un bugiardo, dice Aristotele. Per gli antichi non si deve avere la pretesa di volere qualcosa di completamente diverso da quello che si ha: se un uomo povero, ad esempio, volesse diventare ricco dovrebbe pensare che la sua ricchezza sta in quello che lui possiede. Inoltre, per Aristotele, Platone e Socrate, la felicità è nella virtù, uno stato che non cambia e che si ottiene con gli esercizi spirituali che rendono la felicità duratura superando anche il dolore. La virtù è l’imparare a comportarsi in modo buono. Il vir vive e si comporta così. Virtù e felicità coincidono nell’uomo antico, perché la virtù è più importante della conoscenza, la quale è solo un mezzo per raggiungere la felicità.

Con l’avvento del Cristianesimo, la filosofia non può più dare la felicità perché gli antichi credevano nella gloria e nella fama per ottenere l’immortalità, ragion per cui col cristianesimo la filosofia deve rinunciare alla ricerca di felicità della quale deve occuparsi invece la religione, dove gli uomini possono conoscere questa beatitudine, basta leggere Sant’Agostino dove la felicità è l’amore, e l’amore è fusione col divino.

Nell’età moderna, la felicità si deve invece trovare individualmente. La politica infatti non la garantisce ma non la impedisce. E’ emblematica in tal senso la nostra Costituzione, che nell’articolo 3 non promette la felicità ma promette di rimuovere gli ostacoli che impediscono la piena realizzazione della natura umana. Dunque il messaggio è: che ciascuno se la cerchi da sé. Dei filosofi moderni, Hobbes ritiene che la felicità  è avanzare con minimi impedimenti verso traguardi avanzati. La felicità moderna è infatti in movimento, è dinamica. Anche per Kant la felicità è la ricerca di qualcosa in più. Moderno viene da modo iernus, si rinnova. Per Cartesio, che ha letto “la favola di Androclo e il leone” del poeta latino Seneca, non esistono i malvagi in quanto questi sono tali solo quando non sono felici . Lo dicevano sia Cartesio che Spinoza. Nella favola di Androclo, togliere la spina dal piede del leone significa togliere l’infelicità, una volta tolta, gli uomini sono felici e dunque tornano buoni. Per Spinoza il culmine della felicità umana si raggiunge nel desiderio di transizione, quello di andar sempre avanti nel sapore di eternità. E’ anche vero che l’eternità è già vita in Plotino:”Sentiamo e sperimentiamo di essere eterni ma non lo possiamo dimostrare” (cit.), la felicità è il raro senso dell’eterno, la plenitudo vitae, pienezza di vita.

Platone escogita la felicità come antidoto alla tragedia greca: da Platone ad Heidegger la felicità è una via d’uscita contro la morte. Ma anche la tragedia greca aveva tre tempi e nel terzo c’era un finale risolutivo e di sollievo.

Bodei e Sinibaldi
Bodei e Sinibaldi

 

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