Sciascia e il catalogo dei mostri

di Valeria Noli | Chiose
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In uno dei suoi ultimi libri, Nero su nero (1979)Leonardo Sciascia propone un diario dove il “nero” dell’inchiostro traccia parole sul “nero” della realtà. La forma è slegata e libera, scorre tra diverse possibili accezioni di verità, desiderabile ma anche mostruosa, sfaccettata e molteplice. Enuncia una poetica della verità che si può cogliere solo in letteratura e dialoga con un “catalogo dei mostri  quotidiani”.

L’aggettivo “mostruoso” compare, per esempio, nella citazione di un libro, Mafia, scritto da GB Avellone e S Morasca nel 1911. Così l’autore considerava il fraintendimento tra i concetti di mafia e delinquenza comune. Mostruoso appare l’equivoco a chi, riconoscendosi nella prima categoria, considerava la seconda semplicemente inadeguata per sé. I due concetti, molto prossimi nel senso comune, appaiono diversi al protagonista della citazione.

Nell’intervista quasi contemporanea rilasciata a Marcelle Padovani (La Sicilia come metafora, 1979) Sciascia tratteggiava anche il rapporto tra suggestione e apparenza, innocenza e colpevolezza, congettura e verità, realtà e illusione. Su questo scenario, il termine mostro sembra assumere molti significati.

“Straordinario”, stupefacente, ma anche collegato alla radice comune con il verbo “mostrare”, cioè rendere palese. Vedere, chiarire, dimostra l’autore, dovrebbe essere un fatto positivo. Ma lo è davvero? Riporta la battuta di un tassista che dice che “le donne non hanno più le cosce”: le gonne si accorciano (le mostrano troppo apertamente) e non c’è più spazio per l’immaginazione… mentre l’immaginazione si oppone alla noia.

Torna ancora un mostro sotto la forma dello spettro di Elsinore, quello della storia di Amleto. Ma chi è qui il vero “mostro”? Non è lo spettro, è il principe:

che non vuole regnare e si serve, per dirla approssimativamente, di una idea giuridica, la legittimità, per disgregare col regno la propria destinazione a regnare. La tragedia di un rifiuto.

I fantasmi veri e propri ci sono, nel libro, quando Sciascia ricorda le “villette” intorno a Siena, tra cui – secondo Massimo Biliorsi – ci sarebbe anche La Rondinella, sulla Cassia. Una casetta con un giardino, dice, che si teme infestata.

I mostri in luce

Si vuol credere per suggestione, come non vuol rischiare di fare un tale Terranova, “come già a Palermo per un altro caso abbastanza calmoroso, non si era lasciato fuorviare dalle apparenze e maldicenze, cercava la verità E finì col trovarla.” Si parla del caso Vinci, un terribile infanticidio. In questi due ultimi casi i “mostri” sono sia nell’ombra (del timore), che nella luce (della verità).

Sembra la realtà dell’ubagu (opaco) di Calvino, «il luogo geometrico dell’io, di un me stesso di cui il me stesso ha bisogno per sapersi me stesso». Una relazione tra la forma sensibile e l’apparenza, simile a quella che corre tra eidos (εἶδος), “idea” in Platone, e èidõlon (εἴδωλον) come “immagine, idolo, doppio, apparizione, fantasma”.

Ogni citazione, in questo libro, è inserita nel contesto di tutte le altre, in un “catalogo di mostri quotidiani” dove la verità, amata e perturbante, restituisce l’immagine di uno specchio nel quale forse il lettore preferirebbe non riconoscersi.

Immagine: Pixabay

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