La dolce Vitti: la voce, il volto, la scena

di Valeria Noli | Ficcanaso
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La voce, il volto, la presenza scenica. Tre particolarità di Monica Vitti, al secolo Maria Luisa Ceciarelli, una delle attrici più popolari del cinema italiano. La dolce Vitti è una mostra, a ingresso libero, ideata e promossa da Istituto Luce Cinecittà e allestita presso il teatro dei Dioscuri al Quirinale.

La voce di Monica

Il percorso dell’esposizione è plurisensoriale. Qui la tipica voce roca di Monica Vitti accompagna il visitatore in un percorso fra 70 fotografie, alcune rare, più installazioni audio e video. All’Accademia nazionale d’arte drammatica Silvio D’Amico. che frequentava, un timbro così particolare era considerato poco adatto alle scene, eppure lei iniziò la sua carriera proprio come doppiatrice (cinematografica).

Certo, le affidavano ruoli “popolari”, come sottolinea Marco Dionisi, uno dei curatori della mostra, nel video  illustrativo del percorso. «Abbiamo ricreato una sala doppiaggio, per permettere al visitatore di ascoltare in cuffie la voce di Monica Vitti mentre doppia Il grido di Antonioni». Qui presta la voce a una benzinaia, come avrebbe poi fatto con il personaggio di una prostituta delle felliniane Notti di Cabiria. Come lei stessa sottolinea in uno spezzone video, le chiedevano di doppiare attrici che non avevano “la possibilità o la personalità” per farlo da sole. Ricordiamo che diede la voce anche alla moglie di Accattone, il primo film diretto da Pier Paolo Pasolini. Il doppiaggio de Il grido, come spiega un altro curatore della mostra, Stefano Stefanutto, fu l’occasione per l’incontro con Antonioni, che apprezzò anche l’arte e la bellezza di Monica. Tra loro nacque un’importante unione sentimentale e creativa.

L’incomunicabilità e Antonioni

Lui le affidò i ruoli della trilogia dell’incomunicabilità (L’avventura, La notte e L’eclisse), ma anche Deserto Rosso, con DOP Carlo Di Palma, poi anche marito della Vitti. Da qui la fama, ma anche e presto il bisogno di “liberarsi”. Ruoli così importanti ponevano un vincolo interpretativo in ruoli “solo da Antonioni”. Passò dunque a lavori brillanti (La ragazza con la pistola, di Monicelli, del 1968, Io so che tu sai che io so e così via) tra cui anche diversi nel sodalizio con Alberto Sordi. Monica Vitti divenne molto popolare presso il grande pubblico nazionale e internazionale. Registi come Luis Buñuel (ne Il fantasma della libertà del 1974) e André Cayatte (in Ragione di stato, 1978) la vollero nei loro set. Il passaggio alla televisione avvenne nel 1974 con Raffaella Carrà e Mina in Milleluci.

Vitti d’arte

La dolce Vitti ripercorre, infine, l’universo anche personale dell’attrice. Si intersecano qui i fili dell’Accademia con quelli del teatro, il doppiaggio, la vita sentimentale e artistica. «Facendo i film – dice Monica Vitti – io mi raccontavo, raccontavo la mia storia». Una storia scritta da un’attrice/autrice che ha cercato nell’ispirazione i tratti vitali per «essere lucida, avere le idee veramente chiare».

La mostra

Aperture: 8 marzo – 10 giugno a Roma, teatro dei Dioscuri. via Piacenza 1 – Roma
Curatori: Nevio De Pascalis, Marco Dionisi, Stefano Stefanutto Rosa.
Ideazione e realizzazione: Istituto Luce – Cinecittà in collaborazione con Centro Sperimentale di Cinematografia, Rai Teche, Archivio Enrico Appetito.

 

 

Immagine: fotogramma da L’eclisse, di Michelangelo Antonioni (dal sito “La voce del Gattopardo“)

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