Gramsci e il latino, ieri e oggi, nel mondo della scuola

di Valeria Noli | Chiose
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Su “Tecnica della Scuola” di ieri compare un articolo di Alvaro Belardinelli che riporta l’attenzione sullo sviluppo del sistema scolastico e la questione del valore formativo dello studio del greco e del latino. Pochi giorni fa, su Anaso, avevamo segnalato il progetto di un test di competenza in lingua latina, sulla base di quelli esistenti per le lingue moderne. La conoscenza latino sarebbe apprezzata anche nel mondo del lavoro, secondo una ricerca dell’Osservatorio Expotraining. Questo dato contrasta con i rilievi OCSE sui troppi laureati umanistici in Italia, spesso disoccupati.

La lingua inglese

Alcuni temono che la diffusione della lingua inglese comporti il rischio che si diffonda una cultura “pratica”. Una visione del lavoro al centro della vita si discosta dall’approccio umanistico. Questo è proprio delle lingue e culture classiche, e di quella italiana. Risale a gennaio 2018 una sentenza del Consiglio di Stato che ribadisce la preminenza dell’italiano nell’università italiana. La cultura italiana porta la bandiera di quel “nuovo umanesimo” di cui ha parlato in più occasioni anche il presidente della Dante Andrea Riccardi. Un Nuovo Umanesimo nel quale l’essere umano è al centro delle politiche e delle scelte collettive.

Gramsci e la scuola

La questione è antica e la trattò anche Antonio Gramsci nei Quaderni dal Carcere [4 [XIII], 55]. «Non si impara il latino e il greco per parlare queste lingue, per fare i camerieri o gli interpreti o che so io. Si imparano per conoscere la civiltà dei due popoli, la cui vita si pone come base della cultura mondiale.»

Parlare di una pedagogia gramsciana è rischioso, perché Gramsci non fu un pedagogista. Ma scrisse, lucidamente, che nella scuola «si ha che fare con dei ragazzetti, ai quali occorre far contrarre certe abitudini di diligenza, di esattezza, di compostezza fisica, di concentrazione psichica in determinati oggetti.» e «il latino si studia per abituare i ragazzi a studiareQui trovate il testo completo.

Conclude Gramsci che «in questo periodo (NdR: quello della formazione] la parte maggiore dello studio deve essere disinteressato, cioè non avere scopi pratici immediati.» Prosegue dicendo la scuola professionale meno “democratica” perché segnala una differenza sociale tra chi deve lavorare e chi può studiare.

Il latino è una soluzione?

Studiando il latino e il greco a scuola si potrà determinare una società più giusta? Diceva Gramsci che «si sarebbe dovuto eliminare gli ostacoli, economici e culturali, che impediscono a tutti lo stesso livello di partenza nell’acquisizione della cultura». Ma perché riportare il latino e il greco nei sistemi educativi di base?

Può sembrare un anacronismo. Chi privilegia le lingue veicolari (l’inglese, lo spagnolo e il cinese) potrebbe dire che il latino non serve a tutti. Serve di più studiare qualcosa che sia “spendibile” nel mercato del lavoro.

Su Pagine della Dante, in una intervista, il prof. Lorenzo Tomasin parla del valore e dell’attualità delle lingue romanze (Nel crocevia delle lingue, un nuovo abbrivo per lo studio delle lingue romanze).

Non dovrebbe più bastare, al mondo del lavoro, il fordista “gorilla ammaestrato” cui lo stesso Gramsci aveva dato la prospettiva dell’uomo-filosofo con le seguenti parole:

«Non c’è attività umana da cui si possa escludere ogni intervento intellettuale, non si può separare l’homo faber dall’homo sapiens. Ogni uomo infine, all’infuori della sua professione esplica una qualche attività intellettuale, è cioè un “filosofo”, un artista, un uomo di gusto, partecipa di una concezione del mondo, ha una consapevole linea di condotta morale, quindi contribuisce a sostenere o a modificare una concezione del mondo, cioè a suscitare nuovi modi di pensare

Immagine: CC0 Creative Commons Libera per usi commerciali Attribuzione non richiesta

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