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Canzone italiana, l’archivio di ICSBA – INTERVISTA

di Valeria Noli | Chiose
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“Canzone italiana” è una formula magica: testi, musiche e cultura sono una bandiera dell’italofonia in tutto il mondo. Lo ricordiamo a pochi giorni dalla conclusione del 68° festival di Sanremo, che ha confermato la vitalità la prima industria culturale del nostro paese. Da pochi giorni è disponibile una nuova piattaforma-archivio, CanzoneItaliana.it, dell’Istituto Centrale per i Beni Sonori e Audiovisivi del Mibact, che diffonde un patrimonio di registrazioni e contributi di approfondimento. Si basa su oltre 468.000 supporti. Contengono, nell’archivio di ICBSA, almeno 2 milioni e mezzo di brani, praticamente tutta la storia della nostra canzone. Un secolo esatto, tra 1900 e 2000, è stato raccolto e organizzato nel nuovo sito, dal quale i brani si possono ascoltare, direttamente o in collaborazione con Spotify. Abbiamo chiesto a Massimo Pistacchi, Direttore dell’ICSBA, di spiegarci le principali caratteristiche del progetto, fortemente voluto dal Ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini, e come è nata l’iniziativa.


Direttore, come è nato il progetto di Canzoneitaliana.it e perché possiamo considerarla una forma culturale?

Il portale nasce da un indirizzo giunto dal Ministro Franceschini quando visitò l’Istituto nel giugno 2016. Offre la possibilità di ascoltare in streaming il repertorio in nostro possesso cosa che prima si poteva fare solo nella nostra sede. Noi avevamo già la tendenza e la volontà di fare il portale, ma con la forte determinazione del Ministro all’idea sono arrivati tutti i sostegni necessari. Il piano di fattibilità, la presentazione ai discografici, la valutazione di costi e benefici e la fase realizzativa hanno richiesto in tutto 14 mesi, più i preparativi, per arrivare alla pubblicazione.

Ci sono due presupposti forti in questa idea: il primo è che la canzone italiana, in tutte le sue diverse espressioni, è una parte importante del nostro patrimonio culturale, molto riconosciuta all’estero. Si tratta di una memoria condivisa, tutti noi abbiamo nel nostro cuore o nella nostra memoria una canzone. Nello stesso tempo ha una valenza storica, perché anche in questa forma apparentemente leggera ritroviamo lo specchio fedele di interi periodi della nostra storia.

Per la precisione, con “canzone italiana” indichiamo un genere musicale che ha ragioni profonde, risalenti alla metà dell’Ottocento. Sono canzoni della tradizione popolare, ma anche canzoni da salotto, romanze d’opera e altre formule che, parallelamente alla crescita delle città, si ispirano proprio a quelle tradizioni. Ricordiamo che le città dell’Ottocento, tra cui Roma, Milano ma soprattutto Napoli, dedicavano alla canzone, allo spettacolo e allo svago interi luoghi: teatri, caffè, café-chantant, piazze e così via dove si sono espressi tanti periodi della storia della canzone. La canzone napoletana, in primis, ma anche la Grande guerra, il Ventennio, gli anni della radio, senza dimenticare la musica da film e poi tutta la musica anglo-americana del secondo dopoguerra sono passaggi importanti.

Abbiamo dunque sentito, da un lato, il bisogno di ricostruire una grande tradizione; dall’altro, che è il secondo presupposto del progetto, di dare visibilità al fatto che questo patrimonio culturale italiano è ampiamente documentato dal patrimonio discografico dell’Istituto.

Possiamo dire che la canzone italiana è stata la nostra prima industria culturale?

Lo sviluppo della canzone italiana, pensiamo per esempio a quella napoletana nella sua accezione internazionale, è intimamente legato alla nascita e sviluppo della discografia. Già ai primi del Novecento, a Napoli, tedeschi e inglesi registravano e stampavano dischi per mandarli in America, nelle “altre Italie” dell’emigrazione. Possiamo dunque affermare che questa è stata la prima grande espressione di un’attività di tipo industriale su scala globalizzata e nasce esattamente come tale.

Edison, per fare un esempio, brevetta il primo fonografo nel 1877, e già nel ’79 una “company” italiana inizia a produrne. Erano oggetti semplici, ma furono i capostipiti di tutti i grammofoni e degli strumenti di riproduzione che sarebbero venuti in seguito.

Il patrimonio dell’istituto è capace di testimoniare tutte le forme in cui si è espressa la canzone italiana. Senza contare il 2018 (circa 20.000 supporti) parliamo per l’esattezza di 468.000 supporti di registrazione: dal cilindro al dvd. Ciascuno contiene mediamente 7 brani, stiamo dunque ragionando di oltre 2 milioni e mezzo di brani.

Vecchioni
(copertina disegnata da A. Pazienza)

Un patrimonio importante, come hanno contribuito i partner al progetto di metterlo in rete?

Il partenariato esterno non è stato coinvolto “semplicemente” per contribuire con altri brani. Il nostro storico istituto, che tra poco compirà un secolo, ha un grande archivio di raccolta e conservazione. Fare il grande passo verso il mondo della rete, però, è stato impegnativo da ogni punto di vista (tecnico e giuridico). Ci siamo imbattuti in problemi e dubbi sul funzionamento e le modalità di lavoro del web. Abbiamo così incontrato e coinvolto i più grandi provider di contenuti musicali della rete: Google, Apple, Amazon e Spotify (nella sezione Crediti si trovano elencate tutte le collaborazioni NdR). Volevamo capire se e come si potevano avviare forme di collaborazione, e il miglior approccio tecnico per risolvere i problemi. Loro sono stati attenti alle nostre richieste e hanno capito che il campo di collaborazione è vasto.

In questa collaborazione, è importante dirlo, riusciamo ad assicurare lo streaming dei brani gratuito, con lo stesso servizio che offriamo nella nostra sede. Non abbiamo cambiato la nostra identità di servizio pubblico. Nel portale guidiamo l’utente, proponiamo apparati didattici, forniamo testi illustrativi, orientiamo la ricerca. Restava da risolvere il problema dei diritti, per i brani usciti dopo il 1947, quelli per cui non sono passati i famosi settant’anni del diritto d’autore e correlati.

Abbiamo dunque voluto costruire un partenariato che accogliesse la nostra identità e il nostro progetto, e che si è consorziato con noi sposando la nostra linea. Abbiamo trovato molta attenzione in Spotify, che pubblicava i brani utili per la nostra politica. Così abbiamo risolto il problema dei diritti: l’utente ascolta su CanzoneItaliana.it i primi 30 secondi dei brani coperti da diritti e poi (sempre a titolo gratuito), con un clic li ascolta per intero su Spotify. Loro conservano il pieno diritto di diffusione sui loro brani. Quelli in comune sono connotati nel player con il nostro logo accanto al loro, in modo una sorta di patrimonio comune “vincolato” da un progetto culturale.

Lolli
(ancora “Paz”, stavolta per Claudio Lolli)

Qual è la logica dell’organizzazione dei contenuti?

Ci sono diverse sezioni, di archivio e documentazione: due grandi blocchi di contenuto 1900-1950 e 1950-2000 sono le canzoni. Un terzo blocco si chiama “tradizioni popolari” ed è tutto formato da brani nostri, inediti. Questo blocco non è ancora disponibile nella sua piena potenzialità: nel portale si trovano ora 3-400 brani, ma nel 2018, con l’assenso del Ministro, pubblicheremo oltre 10-11.000 brani. Cioè il contenuto completo delle nostre collezioni. Ripeto che si tratta di un patrimonio di inediti, appartenenti alla tradizione italiana, registrati, per esempio negli anni Sessanta, da studiosi come Diego Carpitella.

Questa è una delle grandi radici della cultura canora italiana, molto legata alla musica tradizionale. “Bella ciao”, ad esempio, un inno tra i più noti, in realtà è un canto di risaia. Risalendo alla origini vediamo spesso che la canzone italiana assume certe forme mutuandole da altre, ma poi le rielabora e le rende indipendenti. Il quarto grande blocco, o macro-area, è quello degli approfondimenti. Si può consultare, con una serie di strumenti, dalla sezione Contenuti Speciali.

Per esempio sotto il titolo “Discografia nazionale” per ogni edizione discografica raccogliamo informazioni dalla grafica a tutti gli interpreti dei diversi brani. Abbiamo un collegamento al grande Catalogo nazionale, alle mostre virtuali e, cosa di cui siamo particolarmente contenti, a Wikimedia Italia. Partecipa al portale con un “wikipediano” che lavora nella nostra sede e collabora alla redazione delle schede. Dopo la verifica, andranno on line entro l’anno, con collegamenti tra ogni voce d’ascolto e la parte relativa su Wikipedia. Diciamo che il grosso è fatto, e ora stiamo procedendo spediti. La finalità ultima, tra uno o due anni, sarà poter considerare il punto di diffusione, ascolto e svago quasi completo.

Echaurren
(Una copertina di Pablo Echaurren)

Questo archivio può essere anche una base di studio?

Siamo partiti dal periodo di un secolo: 1900-2000 proprio perché parliamo di un archivio, sedimento della memoria, e non abbiamo inseguito la contemporaneità. Completata questa parte, avviato l’automatismo, integreremo il repertorio di tre anni in tre. In questo modo manterremo sempre una distanza dal contemporaneo, anche per non creare problemi con la promozione dei brani attuali. Noi siamo un archivio, e possiamo essere una base di studio fondamentale. Certo, potenzialmente utile anche per qualche studio sui testi. La piattaforma, è bene ricordarlo, prevede anche la traduzione dei contenuti (in corso, non ancora completa NdR) in otto lingue, inclusi cinese e giapponese.

La nostra raccolta, infine, include anche la produzione distribuita all’estero. Faccio un esempio: i Beatles, prodotti da EMI Italia, sono nell’archivio. Proprio su quella parte degli anni Sessanta abbiamo  diversi progetti di conservazione e promozione. In occasione di eventi o ricorrenze promuoviamo il nostro patrimonio, come è stato proprio per la ricorrenza del concerto dei Beatles a Roma (1965-2015).

Come restaurate, manutenete, tutelate il patrimonio del vostro archivio?

Per quanto riguarda la conservazione e la tutela, applichiamo tutti i criteri utili per i diversi supporti (vinile, nastro e cd). Devo però dire che lo strumento più utilizzato è la conservazione, cioè riportare il documento su base digitale e conservando quest’ultima.

Il disco, per essere chiari, meno lo ascolti e più si conserva. Per il restauro ci sono molte tecniche e apparecchiature, e anche molti casi diversi, ma il supporto audio non è come un libro o un quadro.

Vale poco anche quando è antico e, per quanto anche un’edizione, nella sua completezza, abbia un suo valore, quello del contenuto è sproporzionato rispetto al supporto. Non è lo stesso per gli altri beni culturali: la tela è parte integrante di un quadro, e la carta si accompagna al testo di un libro: il supporto è parte dell’opera. Potrebbe esserlo solo nei casi più importanti, in discografia, ma quasi sempre parliamo di produzioni industriali e vale di più il contenuto.

Qual è stata la maggiore soddisfazione nel realizzare questo progetto?

Sono contento che durante il mio periodo, dopo tanti anni, l’Istituto abbia fatto un cambio di passo così importante. Lo direi epocale e, forse, equivalente a quello che si fece con la digitalizzazione tra gli anni Ottanta e Novanta o con l’informatizzazione poco prima degli anni Ottanta. Un progetto importante, dunque, e spero che l’Istituto continui a seguirlo anche in futuro.

 

Crediti immagini: sezione Contenuti speciali su Canzoneitaliana.it

 

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