La consapevolezza cosmopolitica nella Storia mondiale dell’Italia

di Daniela Di Iorio | Ficcanaso
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Nel panorama della storiografia italiana non si può non menzionare la Storia mondiale dell’Italia, il volume a cura dello storico Andrea Giardina, uscito di recente per Laterza.  Il lavoro nasce da un’esperienza francese, l’ Histoire  mondiale de la France, che ha avuto un grande successo di libreria e ha suscitato dibattiti intellettuali appassionati. Frutto del contributo di 180 autori, i pezzi che compongono l’opera hanno alle spalle eccellenti competenze: filologie, indagini di storia sociale, politica, economica, di psicologia sociale, rapporti con le scienze sociali, con l’antropologia. Giardina, nel corso della presentazione del libro, ha voluto sottolineare la peculiarità del prodotto italiano: “Per quanto le due opere vengano lette parallelamente, all’Università si discutono insieme, l’opera italiana è però originale perché noi abbiamo la nostra sensibilità comune, le nostre tradizioni culturali, abbiamo insistito su temi particolari italiani”. Tra le premesse di questo lavoro c’è la volontà di contrastare “l’invenzione del passato che sta avvenendo sotto i nostri occhi – ha spiegato lo storico -,  gli italiani sono impauriti perché ignorano il loro passato e non perché la storia non gli sia stata insegnata a scuola ma perché è sopraffatta da altri messaggi”, e descrive come questo avviene: “Per inventare il passato non è indispensabile elaborare una controstoria, basta inventare il presente: la politica della paura si fonda sull’affermazione di una identità italiana respingente ed esclusiva. L’invenzione del passato che sta avvenendo sotto i nostro occhi è semplicemente il prodotto di un’invenzione di un presente e questo complica le nostre risposte, la nostre capacità di reazione ma rende appassionante la sfida che ci attende.”. Da qui la necessità di scrivere questo volume e la consapevolezza che “c’è bisogno degli storici, di un discorso cronologicamente molto ampio, c’è bisogno di trasmettere un racconto spaesante ma in modo evolutivo. Qualsiasi operazione storica è in sé stessa un’operazione politica  e civile ma questa nel momento storico attuale lo è in maniera particolare”.

Il metodo seguito è stato quello di evitare parole come “radici” ed “eredità” per evitare teleologismi e automatismi perché “sono metafore  pericolose (radici) o passive e inerti (eredità). Non significa cancellare il passato – precisa Giardina – ma leggerlo in modo libero, più efficace. Un’altra costante che abbiamo seguito è l’universalismo: nessun Paese del mondo come l’Italia ha convissuto con due poteri universali costituiti sul suolo dello stesso Paese, quello dell’Impero romano e quello della Chiesa cattolica. L’universalismo romano che il fascismo ha voluto in maniera irrealistica far risuscitare senza averne né la forza né i valori e invalidandone l’essenza con le leggi razziali che sono state più dure di quelle naziste, non ha alcuna effettività nell’Italia di oggi.  Invece l’universalismo cattolico rappresenta una  presenza ancora attuale e forte nel nostro Paese. Da qualche decennio il declino del papato italiano e la riduzione drastica della componente italiana nel clero hanno obbligato a impostare in maniera diversa il rapporto tra l’Italia e la Chiesa cattolica. Non c’è da dolersi per questa perdita di centralità dell’Italia nell’organizzazione della Chiesa di questi anni, c’è anzi  l’opportunità per cogliere un modo più autentico, più sincero di sentirsi cattolici, ovvero universali. La circostanza è propizia anche per il fatto che il nostro attuale Pontefice ha fatto del dialogo culturale, indipendentemente dalla comunanza di fede, il messaggio ispiratore del suo Pontificato”. Lo storico cita Papa Francesco: “Se c’è una parola che dobbiamo ripetere sino a stancarci, questa è dialogo. Siamo invitati a promuovere una cultura del dialogo cercando con ogni mezzo di aprire istanze affinché questo sia possibile e ci permetta di ricostruire il tessuto sociale”. E poi una frase che fa emozionare tutti coloro che sono capaci di percepire la nobiltà democratica del mestiere di professore: “ La cultura del dialogo che dovrebbe essere inserita in tutti i curricula scolastici come asse trasversale delle discipline aiuterà a inculcare nelle giovani generazioni il modo di risolvere i conflitti di verso da quello a cui li stiamo abituando”.

Un’altra costante del libro è il carattere degli italiani, un grande tema storico forse perché nessun popolo della terra ha ricevuto tanti aggettivi quanto gli italiani, l’inventario è davvero complicato, da quelli positivi, come il caso di “geniale, artista, musicista”, a quelli negativi. Un altro filo conduttore di tutta l’opera è l’aspetto del multiculturalismo: “Nessun Paese al mondo – spiega lo storico – ha avuto un rapporto così inversamente proporzionale tra l’estensione del territorio (piccolo) e la quantità di culture e popolazioni che nei millenni si sono insediati  su di esso. Questo servirebbe a stroncare la retorica della paura. Tutti i periodi in cui l’Italia si è chiusa hanno coinciso con immiserimenti materiali e culturali, è dunque indispensabile ricordare il passato anche in questa chiave”. Infine lo storico enuclea l’intenzione intrinseca di tutta l’opera: “Questa storia mondiale dell’Italia ha dentro di sé una prospettiva: il cosmopolitismo.  Siamo in una condizione di cosmopolitismo senza esserne consapevoli. Può la conoscenza storica agevolare la formazione di una consapevolezza  cosmopolitica?”.

 

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